Negli Stati Uniti esiste WrestleMania. Nel resto del mondo ci sono stadi iconici come Wembley o l’Azteca. Ma in Giappone, per chiunque allacci un paio di stivali da wrestling, l’obiettivo finale, il vertice assoluto della montagna, ha un solo nome: Il Tokyo Dome.
Questo colossale stadio coperto, nato originariamente per il baseball e casa dei Yomiuri Giants, è diventato nel corso dei decenni molto più di un’arena sportiva. È il tempio sacro del Puroresu, il palcoscenico dove si decidono le sorti della New Japan Pro-Wrestling (NJPW) e dove le carriere passano dall’essere ottime all’essere immortali.

Il rito del 4 Gennaio (“Ittenyon”)
La storia d’amore tra la NJPW e il Tokyo Dome iniziò nel 1989, ma fu nel 1992 che nacque la vera leggenda. Da quell’anno, la federazione prese l’abitudine di organizzare il suo show più imponente proprio il 4 gennaio. Per i fan giapponesi, questa data è nota come Ittenyon (letteralmente “Uno-Punto-Quattro”, 1/4).
Non è un semplice evento in pay-per-view. È un rito di inizio anno, un pellegrinaggio a cui assistono decine di migliaia di spettatori. Dal 2007, questo spettacolo titanico è stato ribattezzato Wrestle Kingdom, trasformandosi nell’evento di wrestling non-statunitense più seguito e atteso dell’intero pianeta.

L’Atmosfera: Il silenzio e il boato
Entrare al Tokyo Dome significa scontrarsi con una cultura del pubblico totalmente diversa da quella occidentale. La lunga ed epica rampa d’ingresso porta i lottatori in un’arena che, per gran parte dei match tecnici, rimane avvolta in un silenzio quasi religioso. I fan giapponesi non urlano cori casuali: osservano, studiano, rispettano lo sforzo atletico. Ma quando il ritmo sale, quando si avvicina la fine del Main Event, quel silenzio esplode in un boato assordante che fa letteralmente tremare la cupola dello stadio.
Le divinità del Dome
Su quel ring si sono consumate battaglie che hanno ridefinito i limiti del wrestling moderno. È qui che Hiroshi Tanahashi ha portato sulle spalle la compagnia nei suoi anni più difficili, confermandosi l’eterno “Ace”. È qui che Kazuchika Okada ha pianto lacrime amare per poi consacrarsi come il Rainmaker definitivo. Ed è sempre qui che, a Wrestle Kingdom 11 (2017), Okada e Kenny Omega hanno dato vita a un match così rivoluzionario da costringere la critica specializzata a “rompere” la scala di valutazione, assegnandogli 6 stelle su 5.
Chi vince nel Main Event del Tokyo Dome non ottiene solo una cintura. Si guadagna il diritto di prendere il microfono, guardare 40.000 persone negli occhi e chiudere lo show promettendo di guidare il wrestling mondiale nell’anno che è appena iniziato. Un privilegio riservato solo alle leggende.