All’inizio degli anni 2000, il wrestling americano si trovò improvvisamente orfano. La WWF (oggi WWE) aveva fagocitato le compagnie rivali, acquistando sia la WCW che la ECW. Il mondo indipendente era alla disperata ricerca di una nuova voce, un luogo dove lo spettacolo televisivo lasciasse spazio alla pura e semplice arte della lotta.
Da questa esigenza nacque, nel 2002, la Ring of Honor (ROH). Non è mai stata la federazione più ricca o seguita al mondo, ma è stata senza dubbio la più influente dell’era moderna. Scopriamo la sua storia.
Le origini e il “Code of Honor” (2002–2004)
Fondata a Philadelphia da Rob Feinstein, la ROH si pose fin dal primo giorno un obiettivo chiarissimo: riportare il rispetto e la tecnica al centro del ring. Il primo evento, “The Era of Honor Begins” (23 febbraio 2002), fu un manifesto d’intenti. Niente eccessi, niente scenette comiche: solo abilità e passione. La federazione introdusse il leggendario Code of Honor, un insieme di regole non scritte che imponevano ai lottatori la massima sportività, a partire dall’obbligo di stringersi la mano prima e dopo ogni match. I pionieri di questa prima fase? Ragazzi che presto avrebbero conquistato il mondo: Bryan Danielson (Daniel Bryan), Samoa Joe, CM Punk, Christopher Daniels e AJ Styles.

L’affermazione e la “Summer of Punk” (2005–2010)
Dalla metà degli anni 2000, la ROH divenne il cuore pulsante del wrestling indipendente mondiale, iniziando anche storici tour in Giappone. Il 2005 segnò un momento irripetibile: la celebre Summer of Punk. CM Punk, in procinto di firmare un vero contratto con la WWE, conquistò il titolo mondiale ROH e minacciò il pubblico di portarsi via la cintura nella federazione rivale. Fu un mix di realtà e finzione geniale, che Punk avrebbe poi replicato con successo planetario in WWE anni dopo. In questa fase, la ROH si consolidò come fucina di fenomeni: atleti come Nigel McGuinness, Austin Aries e Homicide dominavano la scena.
L’era televisiva e l’espansione globale (2011–2019)
All’inizio degli anni 2010 la federazione fece il grande salto. Acquisita dal Sinclair Broadcast Group, ottenne per la prima volta una vera piattaforma televisiva nazionale. Furono gli anni delle grandi collaborazioni internazionali (con la NJPW giapponese e la CMLL messicana) e dei Dream Match. Una nuova clamorosa generazione di lottatori si prese i riflettori: atleti come Kevin Steen (oggi Kevin Owens), El Generico (Sami Zayn), Adam Cole, Jay Lethal, The Briscoes e The Young Bucks portarono la qualità sul ring a livelli insuperabili.

La crisi pandemica e l’acquisto di Tony Khan (2020–2022)
Come per molte realtà, il biennio 2020-2021 fu devastante. La pandemia di COVID-19 cancellò gli eventi dal vivo, svuotando le arene. La federazione fu costretta a una durissima pausa, e molti dei suoi talenti di punta (come Bandido, Brody King e Rush) migrarono altrove. Quando la ROH sembrava ormai destinata a chiudere per sempre, nel marzo del 2022 arrivò il colpo di scena che cambiò tutto: Tony Khan, presidente della rivale AEW (All Elite Wrestling), acquistò l’intera federazione e il suo inestimabile archivio video, promettendone una rinascita totale nel pieno rispetto della sua filosofia originaria.
L’eredità: Il laboratorio del wrestling moderno
La Ring of Honor è stata una scuola, un punto d’incontro perfetto tra l’intensità americana e l’onore marziale giapponese. Ha dimostrato che la grandezza non nasce per forza dal clamore mediatico, ma dalla dedizione con cui sali sul quadrato. Oggi, il suo spirito vive in ogni arena del pianeta. Se guardate un Main Event di WrestleMania o di un PPV della AEW, c’è un’altissima probabilità che stiate guardando due ragazzi che si sono stretti la mano tanti anni fa, seguendo il Code of Honor, nel buio di una piccola palestra di Philadelphia.